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Novembre 26, 2022, sabato

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Fascinus: tradizioni popolari e simbolismo magico nell’antica Roma

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Il fascinus, o anche fascinum, era un amuleto che gli antichi romani utilizzavano per scongiurare l’invidia. Il popolo romano era molto religioso ma, soprattutto, superstizioso; la superstizione coesisteva col credo senza intaccarla e solo chi non professava si faceva beffa di pericoli o presagi.

Fascinus, il labile confine fra sacro e profano: etimologia e storia

Fascinus
Photo Credits: sergiomaffucci.com

Nell’antica Roma il termine fascinus poteva riferirsi a tre cose: l’espressione poteva essere diretta al Dio Priapo, riferirsi a particolari amuleti volti a scongiurare possibili invidie, o agli incantesimi per esercitare della stregoneria su qualcuno o qualcosa. Il filosofo e naturalista Plinio Il Vecchio pare affermasse che il fascinus fungesse da medicus invidiae, ovvero avesse come funzione primaria quella di scacciare una delle tradizioni popolari più radicate: il malocchio. In alcune zone, tutt’oggi, esiste la tradizione del malocchio con relative formule per scacciarlo; usanza tramandata nei secoli, primordiale e folkloristica. Ebbene, questo retaggio, appartiene ad antiche usanze che i romani, soprattutto, accoglievano per la loro propensione alla superstizione.

Nell’antica Roma, infatti, qualsiasi tipo di sventura era il risultato di un maleficio avvenuto grazie a un’influenza negativa. Si credeva che l’oculus maligno – il malocchio, l’invidia – si trasmettesse attraverso lo sguardo. Il termine fascinus, in questo caso, si utilizzava per combattere queste influenze negative. L’etimologia del termine, infatti, è oltremodo interessante: derivato dal greco báskanos ”iettatore, ammaliatore” a sua volta da básko ”maledico”. La parola italiana ”affascinare”, poi, deriva dal fascinare latino, a sua volta derivato da ”fascinus”=”fascino”. Originariamente, il lemma aveva un significato semantico del tutto diverso da quello attuale; significava, infatti, ”malia” o ancora ”influenza malefica” trasmessa da invidiosi o falsi adulatori: il termine si riferiva tanto all’invidia quanto all’amuleto, di simbolo fallico, che la scongiurava. Successivamente, la connotazione semantica muta, ribaltando il significato in ”potenza attrattiva, seduzione’‘ in senso metaforico.

Oculus Malignus, il malocchio: un timore costante per gli antichi romani

Per i romani la superstizione, il fascinus e il malocchio erano un timore costante: qualsiasi cosa poteva essere richiamo di una influenza negativa. Se il raccolto era promettente, bisognava servirsi degli amuleti affinché allontanassero gli sguardi negativi che potevano nuocere alla buona sorte del momento.

Secondo Plinio Il Vecchio il fascinus, in quanto amuleto contro l’invidia, era in origine custodito nel Tempio di Vesta a Roma. Quest’ultimo, pare facesse parte dei sacra romana; oggetti sacri associati all’origine della città protetti dalle Vergini Vestali. Se un generale, un console, celebrava un trionfo si appendeva un fascinus sotto il carro per far sì che l’invidia non intaccasse i traguardi raggiunti e potesse proteggerlo.

Un rappresentazione concreta della funzione apotropaica del fascinus si può constatare in un bassorilievo del II secolo dopo Cristo scoperto a Leptis Magana, attuale Libia. Il bassorilievo mostra un fallo eiaculare in un occhio. Gli amuleti di forma fallica, infatti, erano molto diffusi nell’antica Roma; addirittura, si pensava proteggessero i bambini maschi, soprattutto, dal malocchio. Di solito questa tipologia di amuleto si poteva trovare sotto forma di campanelli, gioielli e anche lucerne. Varrone attesta la moda di appendere turpicula al collo dei bambini; mentre Plinio Il Vecchio parla dei saturica signa: falli nei giardini e sui terreni, così da allontanare gli invidiosi dai possibili frutti.

Fascinus, le formule che usavano gli antichi romani per scongiurare l’invidia

Esistevano, tra l’altro, delle espressioni usate per allontanare il malocchio. Ephesia Grammata, per esempio, era una formula magica derivata dal greco antico attestata dal V o IV secolo a.C. Secondo Pausania, invece, il nome deriva da un’ iscrizione sull’immagine di culto della dea Artemide ad Efeso . 

 Una delle formule più usate nell‘antica Roma era la notissima espressione Abracadabra facente parte del Liber Medicinalis di Quinto Sereno Sammonico; un letterato e medico che, pare, fosse stato fatto assassinare dall’imperatore Caracalla. Quinto Sereno Sammonico prescrive proprio una formula per curare la malaria in cui si trova la locuzione “Abracadabra”.

Un altro scongiuro contro il fascinus era pronunciare Arse Verse: era una formula di origine preromana, scritta sulle porte della case, per scongiurare gli eventi infausti che potevano colpire la dimora. Si usava, in particolar modo, per allontanare gli incendi. Si ritiene derivasse dall’etrusco con il significato di “allontana il fuoco”. Anche Plinio, Tibullo e Varrone avevano delle formule e delle piccole tradizioni abituali volte a scoraggiare gli influssi negativi.

Alcune curiosità sul fascinus derivano anche dalle abitudini attuate attraverso alcune consuetudini. Per esempio, nelle case come scongiuro si usava tenere un rametto di ruta per evitare incidenti domestici. Sempre in casa, dietro la porta, si appendeva un ferro di cavallo contro la malasorte. Al collo dei bambini, per tenere lontani gli eventuali spiriti o demoni col tintinnare del loro suono, si mettevano collanine con medaglioni a sonagli con numero dispari. Questi piccoli oggetti erano noti con l’appellativo di crepundia: oggetti miniaturistici, appunto, associati all’infanzia. Si utilizzava anche come ciondolo il corno di corallo poiché si riteneva che allontanasse la malasorte.

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