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Marzo 5, 2024, martedì

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I riti in maschera dell’antica Roma, Navigium Isidis e Carrus Navalis: la processione delle maschere

Il Navigium Isidis, culminante nel Carrus Navalis, erano festeggiamenti tipici dei Saturnali, come anche dei Feralia o Parentalia, in cui si celebrava la vita e, più nello specifico, la gioia di vivere attraverso lauti banchetti, vino a profusione e anche atti copulativi. Le cerimonie che riunivano l’atmosfera goliardica di queste celebrazioni erano, per l’appunto, il Navigium Isidis con il conseguente Carrus Navalis, la cui attuazione era molto simile all’odierno Carnevale.

Navigium Isidis e Carrus Navalis, l’origine del rito delle maschere

Carrus Navalis
Credits – lacronacadiroma.it

Il cerimoniale del Navigium Isidis era un tipico rito in maschera dedicato al mito della Dea Iside, secondo la quale aveva fatto risorgere Osiride, suo sposo, dopo aver rivenuto il suo corpo smembrato viaggiando in lungo e in largo per mari e terre. Si trattava di un rito molto festoso che vede la sua diffusione all’interno della religione romana attorno al 150 d.c. ma che possiede radici di cultura egizia.

Il Navigium Isidis era, sostanzialmente, una sfilata in maschera; il corteo sfilava su di un’imbarcazione lignea, il Carrus Navalis, ornata di fiori e ghirlande. Dapprima era fatta trasportare sulle acque del Tevere, poi la folla in maschera la seguiva intonando riti canori. Il filosofo e retore romano Apuleio, nel romanzo Le metamorfosi, descrive il Navigium Isidis e le Navi di Nemi di Caligola dedicate proprio questo rito poiché l’Imperatore era un seguace del culto isiaco. Il Carrus Navalis era trainato da umani mascherati, le cui maschere richiamavano non solo i defunti ma anche i demoni del mondo dei morti.

Satira e burla nell’antico Carnevale di Roma: le maschere della tradizione romana

Le maschere che erano solite sfilare sul Carrus Navalis rappresentavano per lo più le fattezze di demoni, a volte anche buffi, ma la peculiarità di questo antico Carnevale si rifletteva nella satira; si era soliti, infatti, riprodurre maschere che rappresentavano i personaggi influenti di quell’epoca. Si trattava di una vera e propria burla accompagnata da travestimenti di Imperatori, Consoli, Generali che erano poi presentati al pubblico in una sorta di forma caricaturale e che implicava un certo sberleffo. Gli antichi romani, infatti, erano soliti fare del sarcasmo sui personaggi potenti del tempo.

Il Carrus Navalis, e tutta la satira che questa manifestazione traeva dalla sua messa in atto, era anche un momento dedito alla riflessione. Sul Carrus, infatti, si rappresentava anche la morte: l’unica azione contro cui l’uomo nulla poteva e che rendeva ogni essere umano libero dalla gerarchia sociale e dalle imposizioni per cui, libero.

A tal proposito, chiunque poteva seguire il Carrus Navalis: schiavi, potenti, appartenenti alla politica si univano in processione mascherati e seguivano il carro ligneo danzando e intonando canti. La sfilata si componeva anche di soste divertenti, in cui ci si fermava per ammirare mimi o danzatrici, acrobati e ogni sorta di arte che predisponeva al divertimento collettivo.

Travestirsi per seguire e onorare il Carrus Navalis era una vera e propria tradizione, soprattutto perché all’interno del carro vi era uno scrigno ermeticamente chiuso simboleggiante la morte. Per l’occasione, le donne romane e le matrone si ornavano con vistosi gioielli, adornavano i loro pepli e osavano con un abbigliamento più libero: nessuno le avrebbe giudicate, soprattutto perché il Carnevale dell’antica Roma rappresentava un memento mortis.

Navigium Isidis e Carrus Navalis: l’allegria delle maschere segno del memento mortis

Nell’accezione classica la maschera, nell’antica Roma, era riservata al ricordo degli antenati. Durante i funerali, infatti, si usava indossare maschere somiglianti al defunto. La festa del Carrus Navalis, a tal proposito, celebrava proprio le anime. I romani erano molto legati al culto dei morti e, secondo la religione del tempo, esistevano dei varchi temporali in cui le anime dei trapassati tornavano sulla terra; succedeva, per esempio, durante i Lemuralia di maggio o i Feralia di Febbraio.

Secondo la mitologia latina, durante il Carrus Navalis, i morti visitavano i vivi e questi, indossando le maschere degli antenati, gli permettevano di incarnarsi nei loro corpi affinché le anime potessero parlare e profetizzare, soprattutto. Uno degli scopi del Carnevale dell’antica Roma era infatti raccogliere premonizioni, per questo spesso si incontravano in giro fattucchiere varie che, per l’occasione, venivano lasciate in pace. Chi era ritenuta artefice di malie o incanti, infatti, non era ben vista.


L’altro fine era rendere conscia la consapevolezza della morte affinché l’uomo vivesse bene la propria vita, godendosela fino alla sua fine. Sul carro, infatti, si era soliti pronunciare la frase: “Ricordati che sei un uomo, e che pertanto devi morire“. Una sorta di vademecum per cui il momento spensierato del Carnevale doveva ricordare il vero fine ultimo dell’essere umano: l’allegria, in questo caso, era un”Memento mortis” . La maschera nell’antica Roma, quindi, non era utilizzata per celare l’identità di chi la indossava ma per rimandare ad altre identità sottintendendo una funzione quasi filosofica: il ricordo della propria finitezza.

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