La cucina romana nelle poesie di Aldo Fabrizi: le ricette in versi simbolo di romanità

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Aldo Fabrizi, maestro di romanità e romano vorace e verace, è stato un cultore del cibo. L’attore è autore di numerosi sonetti dialettali in cui si sottolinea l’amore verso i pasti e la gastronomia: la tavola imbandita e le vivande divengono, così, metafora di convivialità ma anche elemento di cultura popolare riconoscibile che unisce nella tradizione, nonostante lo scorrere del tempo.

Aldo Fabrizi, cultore del cibo e della romanità

Aldo Fabrizi Cibo
festival.ilcinemaritrovato.it

Il cibo e la tavola in sé è sacra per i romani: già dall’antichità, i lauti simposi, lo dimostrano. Non solo, quindi, pranzi luculliani appartenenti all’antica Roma, ma tradizioni forti e radicate trasmesse nel tempo, di retaggio in retaggio. Già nell’800, l’autore romano Giuseppe Gioacchino Belli aveva dedicato alla gastronomia di Roma alcuni versi; anni dopo è toccato all’attore, fratello dell’ugualmente nota Sora Lella, Aldo Fabrizi. Personaggio del cinema italiano fra i più noti, ciò che contraddistingueva l’attore era proprio quell’aura di romanità di cui andava fiero; e Fabrizi di Roma apprezzava ogni cosa, il cibo in primis.

Amante della buona cucina, oltre che eccellente attore, Aldo Fabrizi è stato anche cantore di poesie dialettali sul cibo e la gastronomia della buona cucina romana.I suoi meriti poetici non sono noti a tutti, eppure due sono le sillogi che testimoniano la sua estrema passione per l’arte culinaria: ”La Pastasciutta” (1971) e ”Nonna Minestra” (1974). L’ossessione primaria di Aldo Fabrizi, però, era la pasta. Questo amore viscerale per il primo piatto italiano per eccellenza, Fabrizi ha voluto celebrarlo anche alla sua dipartita; sulla tomba dell’attore e regista romano, infatti, il suo epitaffio recita:

“Fu tolto al mondo troppo al dente”.

Le ricette in versi dei piatti della tradizione romana

Quella di Aldo Fabrizi è una vera e propria poetica della contemplazione culinaria della tradizione romana. Le sue poesie sono un decalogo di versi che hanno come fulcro centrale piatti della tradizione, ma anche argomenti malinconici che riprendono le abitudini esistenziali di un tempo dove, la vita semplice, era ritenuta migliore e più serena. E, ancora, i sonetti regalano divertenti momenti satirici in cui Aldo Fabrizi ironizza sul cibo, sulle diete e sull’informazione alimentare trasmessa dalla stampa o dalla tv.

La poesia seguente è Er primo pasto in cui, ironicamente, l’attore e regista romano descrive la sua passione per il cibo fin dalla più tenera età in modo divertente e allegro:

Quanno mi madre me stacco’ dar petto
e me se presento’ cor semmolino,
buttai per aria tazza e cucchiarino
creando er primo caso de “riggetto”.

Ormai non me sentivo piu’ pupetto,
pe’ via ch’avevo messo gia’ un dentino,
provo’ a ridamme er latte… genuino,
ma protestai co’ un minimozzichetto.

Lei fece un urlo senza intenne er dramma,
ma come la potevo contesta’
si ancora nun dicevo manco mamma?

Mi padre disse: “Soffre de nervetti”.
E quieto quieto comincio’ a magna
‘n’insalatiera piena de spaghetti.

Un’altra ricetta-sonetto molto divertente è La Matriciana mia presente nella raccolta ”La Pastasciutta” (1974):

Soffriggete in padella staggionata,
cipolla, ojo, zenzero infocato,
mezz’etto de guanciale affumicato
e mezzo de pancetta arotolata.
Ar punto che ‘sta robba è rosolata,
schizzatela d’aceto profumato
e a fiamma viva, quanno è svaporato,
mettete la conserva concentrata.
Appresso er dado che jè dà sapore,
li pommidori freschi San Marzano,²
co’ un ciuffo de basilico pe’ odore.
E ammalappena er sugo fa l’occhietti,
assieme a pecorino e parmigiano,
conditece de prescia li spaghetti.

Pasta alla capricciosella è un’altra poesia in cui Aldo Fabrizi omaggia il cibo all’interno della cultura culinaria Capitolina, descrivendo in rima la ricetta di uno dei suoi sughi preferiti: calamaretti, piselli e funghi.

Provate a fà ‘sto sugo ch’è un poema:
piselli freschi, oppure surgelati,
calamaretti, funghi «cortivati»,

così magnate senz’avè patema.

Pe fà li calamari c’è un sistema:
se mettono a pezzetti martajati
nell’ ajo e l’ojo e bene rosolati,
so’ teneri che pareno ‘na crema

Appresso svaporate un po’ de vino:
poi pommidoro, funghi e pisellini
insaporiti cor peperoncino.

Formaggio gniente, a la maniera antica,
fatece bavettine o spaghettini…
Bon appetito e Dio ve benedica!

Dopo due componimenti sui primi piatti ecco versi che celebrano anche i secondi piatti, il componimento Omaggio alla spigola:

La spigola arivata l’antro giorno,
Madonna mia, pareva ‘na balena:
E me la sò gustata a pranzo e cena
Pe’ primo, pe’ seconno e pe’ contorno.
Bollita, fritta, arosto, ar sugo, ar forno,
So’ stato nove giorni a panza piena.
Insomma è stata come ‘na novena
In onore dell’azienda de soggiorno.
Però più ch’er profumo e la freschezza
Er comprimento ch’o gradito assai
È stato quello della gentilezza.
E me sò detto: aho, si sò native de Anzio ‘ste persone,
Comm’è che lì c’è nato Calligola e Nerone?

Aldo Fabrizi e il cibo della tradizione: La ricetta della panzanella romana e la poesia sulla dieta

La panzanella alla romana è un tipico pasto in cui il protagonista è il pane raffermo, bagnato per ammorbidirlo, condito con olio, aceto, pomodori, basilico e pepe. Si tratta di un piatto molto semplice e povero della tradizione, oltre che anti-spreco: l’ingrediente principale è, infatti, il pane vecchio che per non essere buttato è ammorbidito e condito diventando, in questo modo, un piatto gustoso e prelibato:

E che ce vo’
pe’ fa’ la Panzanella?
Nun è ch’er condimento sia un segreto,
oppure è stabbilito da un decreto,
però la qualità dev’esse quella.
In primise: acqua fresca de cannella,
in secondise: ojo d’uliveto,
e come terzo: quer di-vino aceto
che fa’ venì la febbre magnarella.
Pagnotta paesana un po’ intostata,
cotta all’antica,co’ la crosta scura,
bagnata fino a che nun s’è ammollata.
In più, per un boccone da signori,
abbasta rifinì la svojatura
co’ basilico, pepe e pommidori.

Negli ultimi anni della sua vita Fabrizi ha dovuto lasciar da parte la sua passione culinaria per seguire una dieta precisa per la sua salute. Nei versi de La dieta, l’attore e regista romano ancora una volta magnifica il suo amore per il cibo con immagini molto chiare: vale la pena soffrire per il timore di morire? E qui esplode tutta la romanità e l’amore verso la cucina, oltre alla genialità, dell’attore, regista e poeta romano: a questo punto, si dice, meglio morire con la forchetta in mano.

Doppo che ho rinnegato pasta e pane,
so’ dieci giorni che nun calo, eppure
resisto, soffro e seguito le cure…
me pare ‘n anno e so’ du’ settimane.

Nemmanco dormo più, le notti sane,
pe’ damme er conciabbocca a le torture,
le passo a immagina’ le svojature
co’ la lingua de fòra come un cane.

Ma vale poi la pena de soffrì
lontano da ‘na tavola e ‘na sedia
pensanno che se deve da morì?

Nun è pe’ fa’ er fanatico romano;
però de fronte a ‘sto campa’ d’inedia,
mejo morì co’ la forchetta in mano!

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