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Dicembre 8, 2022, giovedì

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Una Medea insabbiata al Teatro Vascello

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Al Teatro Vascello di Roma Gabriele Lavia rilegge la Medea di Euripide in funzione dell’interpretazione di Federica Di Martino e Simone Toni. È un periodo strano quello che stiamo vivendo, tutti. Lo sappiamo e ci siamo abituati alla convivenza: col virus, con le direttive in materia di salute, con le differenti visioni sull’argomento e con tutto il resto che rende questo periodo storico uno dei più difficili di sempre, per chiunque. Anche andare a teatro comporta l’osservanza di regole precise per il rispetto della propria e della salute altrui. Ieri, arrivati al Vascello abbiamo assistito al fenomeno anche in questo teatro.

Fila ordinata alla biglietteria, disposizione delle sedute del foyeur equilibrate e distanziate, accesso in sala regolato da un preciso ordine di ingresso, scandito dal click silenzioso del termometro per il rilevamento della temperatura corporea. L’ingresso in sala è stato altrettanto preciso e la dislocazione dei posti a sedere perfetta. Seppur la platea apparisse semivuota (c’erano lunghe file disseminate di cartelli bianchi che vietavano di sedersi) e il messaggio registrato fosse stato adattato all’era Covid, abbiamo immediatamente constatato la positività di questa assurda dinamica di distanziamento sociale: la visibilità. Infatti non c’era nessuna figura capellona ad ostruire la vista e nessun uomo col cappello ad otturare il boccascena.

Medea – Federica De Martino e Simone Tosi – dal web

Certo, guardandosi intorno sono mancati i famosi convenevoli da teatro pre e post spettacolo, forse perché dietro alla mascherina c’è più difficoltà a riconoscersi o, chissà, a mostrarsi. Vedendo tutti con le mascherine calzate, ci siamo chiesti quale tipo di reazione ci sarebbe potuta essere nel caso in cui la “tosse da teatro”, quella classica che affiora nei silenzi di ogni spettacolo del Pianeta, si fosse manifestata in platea. Nessuno ha tossito, mai. A parte questi doverosi approfondimenti folkloristici sulle norme per la sicurezza, dalle quali si evince una maggiore fluidità generale e un inconscio (e inconsueto) rispetto di file e orari, sul palcoscenico andava in scena uno spettacolo teatrale: Medea, di Euripide, diretta da Gabriele Lavia.

L’impatto con lo spettacolo ha scatenato un’improvvisa curiosità: la scena ricoperta di sabbia con quattro tralicci rossi agli angoli con ognuno un faro puntato verso il centro, un letto con coperte arabeggianti e una cassa di legno rossa. Sembrava un ring, oppure un campo di beach volley. Un non-luogo, insomma. Speculari, sono apparsi gli attori, Simone Toni seduto ad una sedia rossa sul lato destro e Federica Di Martino, avvolta nella coperta arancione, sdraiata sul grosso lettone. Due personaggi: Medea e Giasone. Moglie e marito. Uomo e donna.

Medea – allestimento a Taormina – Ph © Ivana Scimone

Medea e Giasone si ritorcono contro il contrario dell’amore

Ora, se la scena fosse stata davvero un ring avremmo assistito ad una scazzottata tra impulsi di coppia e rapporto uomo-donna, se fosse stato un campo da beach volley avremmo assistito ad un match agguerrito tra schiacciate virulente della psiche femminile o bagher difensivi capaci di arrestare l’impeto della vendetta. Invece né ring né campo da beach volley, il luogo è Corinto e quello che sta per accadere tra i due contendenti sarà un lungo, prolungato e allampanato dialogo sui temi disegnati nell’opera del drammaturgo greco: la vendetta, la lotta tra razionalità e passione, il rapporto fra i sessi, il contrasto fra amore e convenienza, i pregiudizi sugli stranieri e l’autodistruzione.

Temi che dal 431 a. C ad oggi restano ancora vivi, purtroppo, nelle cronache e nei media. Perciò ci si aspetta vengano trattati, indagati, discussi anche in Medea di Gabriele Lavia. Invece sono appena accennati, citati in poche battute, lasciati a disperdersi nel silenzio dei piedi che strisciano sulla sabbia. Per la regia, Gabriele Lavia predilige una formula intrepida. Disegna la storia di Medea attraverso il dialogo tra marito ed ex-moglie, scegliendo di non mostrare mai il fuori, di non uscire dall’insabbiato luogo ideato per la rappresentazione.

Medea e Giasone parlano, si ritorcono contro il contrario dell’amore, si sfidano a distanza e si avvicinano solo per ciccare la cenere delle sigarette nel portacenere. Giasone ha già accettato di prendere in moglie la figlia di Creonte e destinare Medea e figli all’esilio. Medea crolla, si scioglie nell’introversione e, addolorata e repressa, cede alla vendetta.“Non sono io che decido”, strilla Giasone quando Medea lo supplica di evitarle l’esilio. Medea sembra malata di gelosia, le sue parole, rauche quasi, la fanno cadere nella trappola delle grinfie “morbidone” del letto arancione. Giasone, di contro, è letteralmente distante dalla figura del mitico eroe greco figlio di Esone, è impalpabile, vittima dell’ingordigia regale (dei soldi, come dice durante un momento del dialogo); è un uomo feticcio in mano al potere, spogliato dell’eroismo e adagiato alla piatta vita di palazzo.

Medea – allestimento a Taormina – Ph © Ivana Scimone

Medea, la recensione

Medea, dall’altra parte, accusa profondamente il fatto di essere stata scalzata dalla dolce Glauce, come moglie e come donna. Racconta chi era, cosa ha fatto, monologa sulla sabbia infuocata di odio. Lavia la disegna disperata, agonizzante, fiacca. E l’attrice, man mano che, ad ogni passo, affonda i piedi nella sabbia, trascina il peso della sconfitta in attesa di essere (forse) risucchiata e sparire. Il dialogo procede con lo stesso ritmo monocorde per tutto lo spettacolo, la recitazione adottata appare finta: nessuno, nella realtà, parlerebbe come fanno i due interpreti.

I tempi sono dilatati tra una parola e l’altra. Gli accenti sono posti a sottolineare una definizione o un gesto. E non è metrica. Peccato. L’intuizione poteva essere giusta. Il disegno di un classico del Teatro mondiale e dei crismi del linguaggio arcaico traslato nel contemporaneo poteva essere esaltante. Invece l’operazione rischia di risultare un ibrido. Dello scontro tra classicismo e contemporaneo la risultante è la trattazione di una storia potentissima in maniera troppo soft. Chiaramente la storia di Medea è talmente universale da non necessitare di alcun ausilio per essere spiegata o ri-raccontata ma nello spettacolo appare il contrario: la modalità di racconto del fuori o del passato e degli altri personaggi è troppo compassata.

Medea – dal web

Medea al Teatro Vascello fino all’11 ottobre

Accade poco. Uomo e donna si sputano addosso tutto l’odio derivato da una rottura, è troppo poco. Non può bastare a raccontare la ferocia di Medea, strega, maga e madre. Non si può prescindere dalla radice greca del nome così altisonante (μέδομαι, meditare o macchinare contro qualcuno). Non può bastare la lite telenovelistica di una coppia ad accecare una madre al punto da decidere di trucidare i propri figli. Arrivare ad un’azione del genere causa un vulnus interno capace di squarciare la ragione. E di contro, per chi sta fuori a guardare, dovrebbe causare un sussulto, quantomeno.

Anche quando la scena si tinge di rosso per via di un enorme telo disteso da Medea mentre prova a raccontare (troppo razionalmente e forse fuorviata dall’azione scenica) quella che sarà la decisione finale, l’emozione resta “insabbiata”. Resta una discreta immagine, rosso sangue, di cervello invaso dalla follia, alla fine. La rivincita, in questa Medea, non sembra compiersi perché l’eroina tragica riesce a vincere la sua natura di madre e attribuisce la propria situazione all’iniquità della condizione femminile o perché la sua coscienza fa a botte con l’incoscienza, piuttosto si adagia in una più tenue risposta emotiva che salda il conto. Un pizzico di verità da parte degli attori avrebbe sicuramente giovato a rendere “il gioco di coppia” più mordente.In scena fino all’11 ottobre, al Teatro Vascello.

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