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Aprile 12, 2024, venerdì

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Quella notte è ancora della Roma di Josè Mourinho

La Roma di Josè Mourinho vola in finale di Europa League dopo aver combattuto e sofferto contro un Bayer Leverkusen d’assalto. I giallorossi centrano il secondo atto conclusivo di una competizione europea in due anni: tifosi in delirio, la squadra esulta. Il 31 maggio in quel di Budapest ci sarà il Siviglia, regina di questo torneo.

Stoici. Strepitosi. Storici. Soprattutto, Special. Tutte virtù che cominciano con la lettera “S” che significa, anche, speranza. Quella di tutti i tifosi della Roma (e perché no, di parte del calcio italiano) che sognano, a proposito di parole che cominciano con quella magica lettera, di alzare nuovamente una coppa europea a distanza di un anno dal trionfo di Tirana che regalò ai capitolini la prima edizione della Conference League. È stata un’altra notte di passione, di paure e resilienza quella vissuta da tutta la troupe romanista che a Leverkusen ha innalzato la migliore delle linee Maginot chiudendo fuori dall’area di rigore i padroni di casa di Xabi Alonso, martellanti per più di cento minuti di gioco, ma raramente davvero pericolosi. È una vittoria preziosa, colta da una squadra rabberciata e sfinita. È una chiara dichiarazione bellica a tutto il calcio del Vecchio Continente: in qualsiasi competizione, bisognerà fare i conti con la Roma di Josè Mourinho. Un club che combatte in campo, piange al triplice fischio finale e che esplode di gioia negli spogliatoi, con le ultime energie residue. Adesso, come nei migliori giochi platform, il boss finale: quel Siviglia assoluto dominatore di questa competizione.

La Roma di Josè Mourinho è il manifesto del calcio italiano in Europa

Tutti con le Asprine in mano, per combattere contro il più dolce dei mal di testa. La Roma soffre tremendamente in Germania, al cospetto di un Bayer Leverkusen d’assalto, ma in grado di sparare soltanto a salve. La trasferta teutonica è la perfetta sintesi di una stagione vissuta sul filo del rasoio, sorretta “soltanto” dalla forza mentale del gruppo plasmato dallo Special One che può sempre contare, nel momento più buio, nella luce abbacinante di un stadio stracolmo di passione o di un settore ospiti in grado di ammutolire l’intero tifo avversario.

I tedeschi ci provano, con costanza, ma la testuggine romana resiste riscattando la disfatta di Teutoburgo. A distanza di secoli, Roma conquista la Germania piazzando la sua bandierina, rigorosamente giallorossa, nell’antica Alemania. La retroguardia capitolina è praticamente perfetta, con Rui Patricio che fa capolino dal muro eretto da Josè Mourinho in poche occasioni. I ragazzi di Xabi Alonso sono tambureggianti, ma vengono sistematicamente respinti dai capitolini e dalla traversa, in una sola occasione. Montante che inchioda i rossoneri al loro mesto destino. È la vittoria della compattezza, del cuore e della passione. Un’affermazione tipica del tecnico portoghese che si giocherà un nuovo trofeo nella sua strepitosa carriera. La Roma è diventata, magicamente, una società dal forte respiro europeo, una compagine in grado di far piangere di rabbia e disperazione giocatori e tifosi rivali. I giallorossi sono il manifesto del calcio italiano in Europa: difensivisti? Sì, ma anche vincenti e in finale. Per il secondo anno consecutivo. Ci scuseranno i “giochisti”. Perché sono i risultati che contano nello sport, arrendetevi.

Un uomo solo al comando, che vince e (ancora) si commuove

Un Cesare. Un condottiero capace di scendere sul terreno di battaglia insieme alla sua Legione. Questo è diventato, dal primo giorno, Josè Mourinho. Il tecnico si è calato nell’universo Roma portando tutto il suo pragmatismo: dopo aver vinto la Conference League nel primo anno romano, lo Special One ha realizzato uno dei suoi affreschi più belli portando i giallorossi in finale di Europa League. Due finali europee consecutive, nella Capitale, non si erano mai viste. Merito di un vero “alieno” sbarcato all’ombra del Colosseo che ha riscritto la storia di un intero popolo che sogna, adesso, il compimento di un miracolo. Ha pianto il lusitano a fine partita, andando a omaggiare il suo pubblico: lacrime umane di un allenatore pronto a spogliarsi dei suoi vestiti terreni per diventare una leggenda del Pantheon capitolino. C’è ancora una sfida da giocare, contro la migliore squadra di sempre di questa competizione. La sensazione è che soltanto questa Roma qui potrà riuscire dove tutte le altre hanno fallito: vincere la finale contro il Siviglia torreggiante dell’antagonista Monchi. Perseguendo quella giustizia divina che tra le vie dell’Urbe attendono da qualche anno.

ANDREA MARI

(Credit foto – pagina Facebook del club)

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