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Ottobre 4, 2022, martedì

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Simone Camilli, otto anni fa la scomparsa del fotoreporter

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Otto anni fa, il 13 agosto 2014, a Gaza, fu ucciso il fotoreporter romano Simone Camilli. Aveva 35 anni. A Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, stava riprendendo con la sua telecamera le operazioni di una squadra di artificieri della polizia intenti a disinnescare una delle tante bombe rimaste inesplose nel corso dei bombardamenti che si susseguivano da un mese, da quando l’esercito di Tel Aviv aveva deciso di distruggere i valichi clandestini verso Israele.

Simone Camilli, la morte e la carriera

Simone Camilli, otto anni fa la scomparsa del fotoreporter

Il 13 agosto era un giorno di tregua. Simone Camilli aveva deciso di fare, per l’Associated Press, quel che fanno i reporter: una cronaca. Voleva far vedere perché alcune bombe restavano inesplose e che cosa fare per evitarle. Non ci riuscì. Una deflagrazione improvvisa lo uccise insieme all’interprete Ali Shehda, a Abu Afash, e a quattro artificieri. Non è ancora stata fatta luce su quanto accaduto. Simone Camilli è l’ultimo dei diciannove cronisti italiani uccisi in zone di crisi, come spiega Ossigeno, mentre documentavano i conflitti e le condizioni dei civili. Un lavoro rischioso, quello che quest’anno i lettori hanno imparato a conoscere meglio attraverso i racconti che arrivano dall’Ucraina in guerra.

Dopo aver scoperto il mondo del giornalismo attraverso il lavoro del padre, il giornalista RAI Pierluigi Camilli, si era avvicinato al giornalismo audiovisivo per conoscere il mondo, altre culture, che avrebbe voluto fare dialogare tra loro. Aveva iniziato la carriera giornalistica collaborando con l’agenzia di stampa cattolica Asia News, poi proseguita con Associated Press (AP). Era un giornalista appassionato e un fedele osservatore della realtà.

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